PAROV INTER-STELAR ovvero il tormenton de tormentoni intersiderale

In questi giorni è tornata a tormentarmi, al pari del martellante spot della Tim, l’annosa questione del film di FS più dibattuto degli ultimi anni.

Quindi mi sono deciso e ho intrapreso, “All Night”, una rivisitazione del colossal intersiderale di Nolan.
Ho affrontato questo percorso ascetico e non privo di affanni per due ragioni:

1. sono tignoso. A distanza di anni Interstellar è ancora per me una delusione troppo grande. Troppo, per un filmaker che è stato capace di tirare fuori una pellicola grandiosa come Inception. Pertanto ci deve essere qualcosa, un virus, una congiunzione astrale, una piaga d’Egitto che fa gli sgambetti ai grandi registi. E la devo scoprire.

2. Una seconda possibilità si concede sempre. Anche a una ragazza che ci ha tradito (questo, lo ammetto, è un esempio un po’ limite).

Insomma, Interstellar aveva tutti i presupposti e i crismi per essere il film SF del secolo: Nolan alla regia, una colonna sonora meravigliosamente cucita da Zimmer, un apparato scientifico solidissimo fondantesi sugli ultimi studi in fatto di spaziotempo, relatività e buchi neri e godente del patrocinio di Kip Thorne, il massimo esperto vivente di buchi neri (del quale ho apprezzato molto il libro-mattone “Buchi neri e salti temporali” che consiglio a tutti). E poi ancora, effetti speciali di prima categoria, cast di primo piano, fotografia di ampio respiro, spazi infiniti, e l’infinita (per altri motivi) Anne Hathaway.
E la presenza di Matthew “Mecòioni” Mcconaughey che ci aveva dimostrato, in tempi di “primi contatti”, di essere a suo bell’agio con la materia interstellare.

Interstellar star Matthew McConaughey unaffected by fame, says his mom |  India.com
Ecco Mèttiu “Mecòioni” mentre spiega che ha parcheggiato un drone sulla piazzola per disabili della scuola


Ma qualcosa è andato (terribilmente, per usare un avverbio logoro) storto. Ora poichè questa non-censione o riesumazione, come volete, è piena di spoiler come un baccalà di spine, e tende a una certa linneica leziosità nella catalogazione del bene e del male, essa potrebbe scatenare le ire di qualcuno, semmai esistesse alcuno che non abbia visto il film in oggetto; e pertanto invito costoro ad abortire la lettura da subito. Insomma, spoiler alert, SPOILER ho detto.

L’intento non è quello di recare offesa ai cultisti, o proporre la bocciatura infondata e perentoria di un’opera, ma solo semmai di stilare “a freddo” una lista di cose che mi sono andate a genio e di altre che invece mi hanno infastidito, sulla base della quale poi valutare, coadiuvato dai contributi del pubblico, il nostro stato emozionale di fronte a questo film. Per fare questo mi sono dotato di blocco “notes” e ho trascritto le osservazioni durante la visione.
E’ uno “zibaldone” interstellare e come tale proposto. Ma caliamoci decisamente in medias res.

Anne Hathaway: istrionica, eclettica, camaleontica
Annuccia, Stellar version. Anche la versione normale non è male.


Il “Bonum


La fotografia. Le visuali di questo film sono favolose, a volte lasciano senza parole. Alcuni momenti sono davvero epici.
Il design. Mi piacciono le tute, le navette, il buco nero, il wormhole. Anche il tesseratto non è male, la singolarità è davvero notevole.
Effetti visivi. Sono fantastici, il decollo della navetta, gli interni, gli attracchi, le scene nello spazio e sui pianeti, le onde del pianeta di Miller.
Gli omaggi. Omaggio a 2001 quando mandano messaggi a casa e la terra gira nell’oblò, l’entrata di Mann dal portello, etc.
La musica. Zimmer ha fatto un capolavoro, da ascoltare e riascoltare.
Annuccia, l’ho già detto! E’ la mia preferita.

Ahimè il buono finisce qui. Poteva essere il film del secolo. Se solo avessero tagliato (o riscritto almeno) il 75-80% dei dialoghi e una buona parte del film. Ah, Kubrick, dove sei?

Il “Malum“.

Impossibile citare tutto. Mi dovrò far aiutare da alcune recensioni serie di cui condivido parola per parola.

Il drone. Tutta la scena è semplicemente e stupidamente inutile. Ma come cassio ci è finito il drone là? E a che serve tutta la tiritera per acchiapparlo? A far vedere quanto è fico (e stupido) il cowboy Cooper? E perchè se il mondo sta morendo lui se ne va in giro a distruggere (lui agricoltore!!) campi coltivati con il pick-up, per prendere il drone? Tra l’altro usando una specie di thinkpad incastonato dentro una custodia rugged? E lo tira giù accarezzando il touch pad. Vabbè.
Era d’altronde il periodo in cui i droni andavano di moda.
“Droni, non gi sono baragoni” recitava la pubblicità di una famosa catena di elettrodomestici africana.
Il colloquio. Durante il colloquio con gli insegnanti si tocca l’ilarità. Ah si? Ha tirato giù un drone governativo e ce l’ha smontato sul pick up? Ok torniamo a parlare di sua figlia e del moon hoax. Ma per piacere. Noooolan, Noooolan direbbe, a mani giunte, Ezio Greggio.
La prossemica e la mimica di Matthew “Mecòioni” Mcconaughey. Ma perchè gli attori amaracani devono sempre muovere la testa di lato, traslandola sul collo, mentre recitano a denti stretti? Io gliela ingesserei, quella testa.
La piaga. E’ una piaga, appunto, ma dal punto di vista dello script. Non si capisce una sega, del perchè la terra muore, come agisce la piaga. Ma chi l’ha scritta la sceneggiatura, un bot? Forse. A questo punto penso che abbiano inventato dei bot scrittori di sceneggiature, e che gli diano in pasto delle serie storiche fatte di film di serie b delle major statunitensi, per addestrarli.
Le Coordinate. Ma certo, è lui dal tesseratto, cavolo come non pensarci. Attraverso delle lancette, la microgravità, dico, Matteo “Mecòioni” comunica al suo alter ego che è sulla terra dove recarsi, nottetempo, per trovare la base segretissima dove lo stanno aspettando. Infatti c’è Michael Caine aka professor Brand, che altri non è che una nostra vecchia conoscenza (Ridley Scott, è uguale!) che presta il volto a Michael Caine. E lui lo sta aspettando! Poi lo studio si apre e dietro c’è l’hangar di allestimento dei razzoni.
Razzoni mandati a profusione, ma di cui nessun umano tecno-iconoclasta si è mai accorto, nonostante il loro lancio sia udibile a decine e decine di km di distanza, per non parlare della scia dei motori. Ma sto divagando.
Le BOTtanate sono talmente tante che mi gira il capo.
TARS. Il più brutto robot che si sia mai visto in un film, dai tempi dei fratelli Lumiere.
Il nome: ma che è, una tassa sui rifiuti solidi (e già tanto ci mette di malumore)?
E poi il look. Sembra un distributore di profilattici con le gambe e uno schermo DOS incastrato in mezzo. O un totem informativo di prodotti Bancoposta. E quando si muove fa proprio il rumore che ci si aspetterebbe da un totem Bancoposta: incredibile, la fonica di questo film!
E’ un wormhole! Dichiara leggiadro Matteo, senza che ne abbia mai visto uno, appena l’immagine salta sullo schermo. Noi vogliamo te! Sei tu il pilota! Ma certo.
Il Matteo “Mecòioni” non guida null’altro che pick-up da decenni ma in men che non si dica “Intrasiderale” è già nel cockpit, più fico che mai, sa tutto di traiettorie intergalattiche, sa come approcciare il wormhole. Ci dobbiamo beccare nel gozzo anche il solito clichè del pilota che è il più fico di tutti ma non vuole volare più e poi per il bene di tutti torna a volare (ma non si chiamava Maverick?).
Missione Lazarus! Dichiara leggiadro Matteo. Ma come fa a saperlo, per Cristina D’avena, se erano missioni segretissime?
Riceviamo ping dal wormhole. Ma certo. Hanno mandato delle sonde che hanno a bordo dei sensori IoT e con quelli mandano dei tweet nello spazio tempo. Ma lo ammetto, mentre Annuccia lo dice, io non penso alla puttanata che dice, ma alle sue labbra.
“Trova una nuova casa e io risolverò il problema della gravità!” dice Caine-Scott. E che ci dovremmo fare poi con il problema della gravità? Come farà la teoria della gravità relativistico-quantistica a salvare la gente che muore di fame perchè le piante muoiono? Boh. Einstein doveva scrivere “Interstellar, esposizione divulgativa” anzichè darsi pena con i tensori di campo e gli spazi di Minkowski, che sono cose ben più comprensibili della sceneggiatura del film di Nolan.

TARS: Interstellar movie robot - Hackster.io
Ecco TARS, il TOTEM Bancoposta che distribuisce prodotti e moduli utili a pagare le tasse sui rifiuti, da cui il nome.


Mentre tutto questo va in onda, io penso: ora il film decollerà, come la navetta di Matteo. Aspetta, aspetta e vedrai!
E poi mentre stanno nello spazio dopo l’immaginifica scena del decollo e dell’approccio saturniano, arrivano gli spiegoni (delle vere e propie mazzate alla Tafazzi) sul perchè il percome approcciamo il black hole.
Ecco Matteo Mecòioni che torna all’attacco coadiuvandosi con la lavagnetta a spiegare che “caliamo da sopra, così, come il cestino della spesa di mia nonna, dal balcone”.
L’acmè dell’umorismo involontario si ha all’esclamazione “Potrei girare dietro quella stella di neutroni per decelerare!”.
Penso che anche Chuck Norris si sarebbe vergognato di dire una cosa del genere.
David Gyasi. Un attore che per tutto il film sa solo dire: “ma questi dati, ma che sono?” e “Non capisco”. Una vera perla, un personaggio utile alla tensione cinematografica come una spazzola lo sarebbe per Yul Brynner.
Il decollo. Vabbè, per decollare dalla Terra ci vuole un mega booster e scene alla Apollo 13, ma per decollare da un pianeta che ha gravità 1.3 quella della Terra invece basta la navetta. Ok. Qualcuno dice che è per risparmiare il carburante prezioso. Sarà.
Le onde, il tempo. Vanno sul pianeta delle onde anomale (scherzo eh, lo so benissimo che sono indotte dalla forza di marea del gradiente gravitazionale di Gargantua), e TARS sciorina uno stile di nuoto degno di un pedalò guidato da 4 coatti di periferia che trascinano le loro inutili gnocchette con i piedi a mollo come zavorrine. Tornano, e sono passati 23 anni.
Gyasi, invece di essersi sparato un colpo in testa (ma quante serie TV avrà visto su Netflix in quel periodo passato da solo? Come avrà passato il tempo? Tra l’altro se fosse andato sui siti porno la NASA lo avrebbe scoperto tracciandolo dal wormhole), dice con lievità: “ma quanto ci avete messo, mi sono fatto due sonni”. Con la vestaglietta e il the in mano. Forte!
Le lotte selvagge à la Karate Kid. Arrivano sul pianeta ghiacciato (Hoth? Magari, il film si risolleverebbe e non di poco). Per poco non ci rimettono le penne contro una nuvola ghiacciata. Una NUVOLA GHIACCIATA che si stacca tipo cornicione. A questo punto Ezio Greggio si sarebbe alzato e se ne sarebbe andato con la targhetta col suo nome sotto l’ascella.
E chi ti trovano. Niente di meno che Matt “Monofaccia” Damon. Che si risveglia. E per non so quale intervento divino (o una svista del BOT sceneggiatore) non indossa il maglioncino girocollo natalizio che ha sfoggiato nei suoi ultimi 15 film.
A questo punto Monofaccia, per farla breve, si incazza. Inizia a menare colpi, capocciate stile periferia romana, addosso al povero Matteo. Ma perchè? Io mi chiedo perchè. Intendo, il perchè dell’ingaggio di Damon. Sono misteri pari a quelli della quantità di materia oscura nel cosmo.
E la colluttazione, a cosa serve? Semplice: a giustificare le maldestre manovre di Matt Monofaccia per rientrare sulla nave madre e distruggerla rovinosamente, farla spinnare come una giostra (che non precessiona, nonostante sia asimmetrica per la rottura di due moduli), il tutto per far pronunciare a Matteo Mecòioni la fatale frase svuotacinema: “Non è impossibile, è necessario“. A Mattè, ma te possiamo toccà?

The Alien Next Door: Interstellar: Is Love the God Particle?
La Endeavour, che si rende centrale nella scena madre del docking di Mèttiu, quando l’impossibile diventa necessario (ma di solito è il contrario: il necessario diventa impossibile, come per esempio quando cerchi un modulo presso la INPS oppure un appuntamento al CUP).


3/4 di film. Dai, dai che ora decollerà. Non può finire qui.
E mentre lo ripeto, dentro di me, risuona invece la frase di Bud Spencer e Terence Hill in “Altrimenti ci arrabbiamo”: “Eh si, invece finisce proprio qui“.

La Tecnologia. Le tutine, non sono pressurizzate. Però sono molto stylish. Elon Musk le ha copiate.
E poi ci sono anche i sedili basculanti, anch’essi utili come la spazzola per Brynner di cui sopra. Perchè? Almeno li avessero fatti muovere coerentemente, se la navetta vira il vettore forza risultante deve passare per la verticale del corpo, non diagonalmente cacchio, se no me li fate svenire tutti i piloti e gli si rompe l’osso del collo.
Insomma, andiamo avanti. Alla fine tutto serve per arrivare al punto triplo del film dove, come i tre stati della materia, si condensano la coppia di cosmonauti, l’amore e la gravità.
Tutto vince l’amore, tutto, anche le singolarità.
A proposito, ora rammentando una frase di Gyasi, a un certo punto egli aveva dichiarato “le singolarità non possono essere nude“. Altra chicca messa là a casaccio, presa pari pari da “lo sapevate che” della settimana enigmistica, alla voce “Hawking”.

All other business. Beh, si va verso la conclusione. Si arriva al Grand Finale, Matteo cade nel buco nero. Arriva la scena secondo me più bella del film (sono serio).
C’è anche TARS, che comunica con lui dentro il buco nero (ma certo, nonostante siano all’interno dell’orizzonte degli eventi che è appunto la zona dove manco la luce può scappare).
E Matteo muove le lancette e disperato getta i libri in terra (come faceva il mio gattino la mattina per svegliarmi quando aveva fame…) per dire a sua figlia di dire a lui di non andare.
E non poteva pensarci subito, ziocane, così ci risparmiavamo di vedere il film?
Poi Matteo torna. Va dalla figlia vecchia (ma il figlio? Perchè non si dice nulla di lui?).
E infine, in barba a tutti, che fa Matteo? Riparte, per ritrovare la bella Annuccia dispersa dall’altra parte della galassia. Forse l’unica decisione sensata del film.
Adesso, per concludere, io questo film non lo voglio bocciare. Non me la sento. Alcune scene sono notevoli e il senso di “infinito” che lascia è di mio gradimento. L’ho visto quattro volte; e alla fine devo dire che mi ci sono affezionato e ho perfino iniziato ad apprezzarlo.
Il senso di “Spazio” che la pellicola profonde in alcune scene è reale, tangibile.
Ma ci sono tante, tante di quelle interruzioni della mia “suspension of disbelief” che non riesco proprio a non essere un po’ deluso. Quantomeno, per quello che si sarebbe potuto fare e non si è fatto. Soprattutto per la sceneggiatura.
In fondo questa è una recensione semiseria (più semi che seria).
Ma la bittersweet sensation quella è reale.
Forse, come detto, se Matteo fosse stato un po’ più zitto, e avesse lasciato parlare gli spazi siderali di Nolan, molto si sarebbe salvato.
Diceva Kubrick di 2001 Odissea: “questo film è principalmente una esperienza non-verbale”. Ecco.

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